
Vita e Opere
Carlo Goldoni nacque a Venezia il 25 febbraio 1707. Fin da giovane mostrò una grande passione per il teatro, pur studiando legge e svolgendo incarichi amministrativi. Appassionato degli autori comici antichi, come Plauto e Aristofane, iniziò a scrivere intermezzi e adattamenti teatrali, recitando anche piccoli ruoli. Dopo la morte del padre, nel 1731, si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova, continuando a dedicarsi con impegno alla scrittura teatrale.
Inizialmente si avvicinò alla Commedia dell’arte, basata sull’improvvisazione e sull’uso delle maschere. Col tempo, però, Goldoni cercò di rendere il teatro più realistico: scrisse le commedie integralmente e trasformò le maschere in personaggi credibili e complessi, capaci di cambiare e agire come esseri umani veri. Opere come Il servitore di due padroni mostrano questa evoluzione, mentre La donna di garbo (1741) segna il passaggio alla scrittura completamente codificata.
Tra il 1748 e il 1753 Goldoni realizzò la sua riforma più importante: le commedie rappresentano la vita quotidiana veneziana, con personaggi tratti dalla realtà e una lingua vicina al parlato comune. Tra i testi più celebri di questo periodo vi sono La vedova scaltra, La bottega del caffè e La locandiera, considerata il suo capolavoro. Goldoni scrisse anche saggi teorici, come Il teatro comico, riflettendo sulle differenze tra il teatro tradizionale e quello realistico, temi che approfondì nei suoi Mémoires.
La visione del mondo di Goldoni
Goldoni aveva una visione realistica e concreta del mondo: non idealizzava la realtà, ma voleva rappresentare la vita vera, soprattutto quella delle persone comuni. Dal punto di vista sociale, mostrava un moderato conservatorismo: rispettava l’ordine tradizionale, criticava vizi ed eccessi e credeva nei miglioramenti progressivi, soprattutto morali.
Per Goldoni il teatro doveva divertire, educare e migliorare i costumi delle persone. Era uno specchio della società, in cui lo spettatore poteva riconoscersi e riflettere sui propri comportamenti.
La riforma teatrale
Goldoni dedicò tutta la sua vita a rinnovare il teatro. La sua riforma nacque dall’esperienza sul palcoscenico, dal contatto con attori e impresari e dall’osservazione di un pubblico variegato:
- Popolo e bassa borghesia in platea, in piedi, cercavano soprattutto divertimento a basso costo.
- Aristocratici e alta borghesia nei palchi osservavano con maggiore attenzione.
Il teatro doveva quindi essere coinvolgente, divertente e moralmente educativo.
I cinque pilastri della riforma goldoniana furono:
- Commedie interamente scritte
Goldoni eliminò i canovacci della Commedia dell’arte, scrivendo testi completi parola per parola. Questo conferì alle opere maggiore ordine, valore letterario e durata nel tempo. - Dalla maschera al carattere
I personaggi non erano più maschere stereotipate, ma individui realistici, complessi e psicologicamente sfaccettati, capaci di cambiare, sbagliare e crescere come persone vere. - Teatro realistico e naturalistico
La commedia doveva rappresentare la vita quotidiana, con ambienti familiari, linguaggio vicino al parlato e l’uso combinato di italiano e dialetto. Il teatro diventava così uno specchio del mondo. - Riforma del teatro = riforma della società
Goldoni mirava a correggere i vizi, promuovere comportamenti virtuosi e educare il pubblico attraverso il riso. Anche gli attori dovevano migliorare: più seri, preparati e rispettosi del testo. - Una visione morale e moderna
La riforma era guidata da valori morali, equilibrio tra tradizione e innovazione, e attenzione ai cambiamenti del tempo. Goldoni guardava al futuro senza rompere completamente col passato.
Goldoni conferì dignità al testo e all’autore: il teatro non era più basato solo sull’improvvisazione o sulle maschere, ma sul testo scritto, che dava valore al messaggio dell’autore e permetteva alle opere di durare nel tempo. L’attore diventava un professionista colto, mentre il drammaturgo era uno scrittore a tutti gli effetti, con una produzione vasta che comprendeva oltre 200 opere.
Realismo, Venezia e la lingua
Alla base del realismo goldoniano c’è l’osservazione del Mondo e del Teatro.
- Il Mondo è la società reale, fonte di soggetti, passioni e comportamenti. Goldoni osserva le persone “dal vero” e ne riproduce le azioni sul palcoscenico.
- Il Teatro è la realtà scenica, che pur essendo fittizia riflette il mondo reale attraverso gli attori, che devono rappresentare tipologie universali.
Il passaggio dalla maschera al carattere deriva proprio da questo sguardo realistico. I personaggi non sono più stereotipi prevedibili, ma individui pieni di virtù e debolezze, vivi nella loro realtà quotidiana.
La città di Venezia, con la sua varietà e i suoi contrasti, fu fonte d’ispirazione: la convivenza di acqua e pietra, la Repubblica oligarchica, la stretta vicinanza tra individui e ceti sociali si riflette nella scena teatrale. I personaggi, le classi sociali e le ambientazioni spesso si organizzano in coppie antitetiche (giovane-vecchio, servo-padrone, città-campagna, ordine-disordine), e le tematiche spaziano da amore e ricchezza a lavoro e ozio.
La lingua è lo strumento principale del realismo:
- Il dialetto veneziano, usato anche dai borghesi, non è più solo comicità, ma strumento per rappresentare la società dall’interno.
- L’italiano ha un registro medio e varia secondo il ceto, dal familiare al tecnico, dal brillante all’affettato.
In questo modo, il teatro comico di Goldoni diventa un “teatro linguistico”, capace di riprodurre fedelmente la società. Negli anni parigini si aggiungerà una terza lingua: un francese corretto, più uniforme rispetto all’italiano.
Gli ultimi anni e l’eredità
Negli anni successivi Goldoni alternò commedie dedicate alla borghesia (I rusteghi) a opere incentrate sul popolo (Le baruffe chiozzotte). Con il mutare dei gusti del pubblico veneziano, nel 1762 si trasferì a Parigi, dove lavorò alla Comédie Italienne, adattando il suo stile alle esigenze locali e ottenendo successo con opere come Il burbero di buon cuore.
Carlo Goldoni morì a Parigi il 6 febbraio 1793. La sua opera rappresenta una svolta fondamentale nella storia del teatro italiano, perché trasformò la commedia in un genere realistico, vicino alla vita quotidiana e alle persone comuni, superando le maschere fisse e l’improvvisazione della tradizione.
Un progetto per la società
Negli anni della sua maturità, Carlo Goldoni vive nel pieno dell’Illuminismo, ma non aderisce mai completamente alle nuove idee. Il suo è un illuminismo moderato e personale, che si traduce in una visione laica della vita e nella promozione di valori morali e civili attraverso le sue commedie. La libertà che propone è equilibrata e prudente, senza alcuna intenzione rivoluzionaria, e mira a ridurre i conflitti sociali, conciliando gli interessi di aristocrazia e borghesia per il bene comune.
La borghesia occupa un ruolo centrale nella sua opera. Il mercante borghese, spesso padre di famiglia, nasce dall’umanizzazione della maschera di Pantalone e rappresenta i valori positivi della classe mercantile veneziana: onestà, laboriosità, parsimonia e moderazione. Col tempo, però, Goldoni osserva la crisi della borghesia, sempre più attratta dalle mode della nobiltà improduttiva: la parsimonia si trasforma in grettezza, il buon senso in autoritarismo, l’intraprendenza in imitazione dei nobili.
Deluso dalla borghesia, Goldoni rivolge allora il suo interesse al mondo popolare, spontaneo, vitale e portatore di codici etici integri. Pur vicino geograficamente, rimane concettualmente distante; attraverso il dialetto veneziano o chioggiotto, lo rappresenta con uno sguardo comprensivo e ironico, ritrovando valori positivi e nuove fonti d’ispirazione per le sue commedie.
La locandiera
La locandiera è una commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1752 e rappresentata per la prima volta nel 1753. L’opera si colloca nel pieno della riforma goldoniana ed è considerata uno dei vertici della sua produzione, sia per la costruzione del testo sia per la profondità dei personaggi.
Si tratta di una commedia in tre atti, interamente scritta in italiano, con una struttura semplice e ordinata che rispetta le tre unità aristoteliche:
- Unità di luogo: tutta l’azione si svolge in una locanda a Firenze.
- Unità di tempo: la vicenda dura un solo giorno.
- Unità di azione: la storia ruota attorno alla seduzione del cavaliere di Ripafratta da parte di Mirandolina.
Goldoni definisce l’opera una “commedia semplice”, con pochi cambi di scena e senza spostamenti di luogo.
Trama
Mirandolina, proprietaria di una locanda ereditata dal padre, è aiutata dal cameriere Fabrizio, suo promesso sposo. Intelligente e seducente, fa innamorare facilmente gli uomini che frequentano la locanda:
- Il marchese di Forlimpopoli, nobile decaduto, che conta solo sul titolo.
- Il conte d’Albafiorita, mercante arricchito, che cerca di conquistarla con regali e denaro.
Mirandolina non si concede a nessuno dei due, ma li illude per mantenerli nella locanda e aumentare i guadagni.
Arriva poi il cavaliere di Ripafratta, misogino e orgoglioso. Mirandolina decide di sedurlo per orgoglio e riesce a farlo innamorare. La situazione diventa però pericolosa: il marchese e il conte sono gelosi e vogliono vendicarsi, mentre il cavaliere, accecato dall’amore, minaccia Mirandolina.
Alla fine Mirandolina interrompe il gioco: respinge il cavaliere, riconcilia i tre uomini che lasciano la locanda e sposa Fabrizio, rispettando la promessa fatta al padre. L’ordine sociale viene così ristabilito.
Da “servetta” a locandiera
Mirandolina è il vero centro della commedia.
- È autonoma, indipendente economicamente e non subordinata a un uomo.
- Rappresenta l’evoluzione della serva brillante della Commedia dell’arte, non più una maschera stereotipata, ma un personaggio realistico e complesso.
- La sua forza risiede nella parola, nella finzione e nella capacità di adattarsi agli interlocutori, grazie alle quali riesce a controllare eventi e uomini.
Un modello borghese
Mirandolina incarna i valori positivi della borghesia: intraprendenza, intelligenza, spirito pratico, amore per il lavoro e attenzione agli interessi economici. È, a tutti gli effetti, una imprenditrice.
La sua psicologia è complessa: agisce per convenienza economica, ma anche per orgoglio e desiderio di dimostrare il proprio potere sugli uomini, motivo per cui è stata paragonata a un Don Giovanni femminile.
Il finale e l’equilibrio morale
Goldoni mantiene l’equilibrio morale e sociale: Mirandolina porta il gioco della seduzione al limite, ma alla fine sceglie la rispettabilità borghese sposando Fabrizio. In questo modo:
- Rinuncia alla seduzione pericolosa.
- Si protegge dalle critiche sociali.
- Ristabilisce l’ordine e le norme della società
La Trilogia della villeggiatura
Composta nel 1761, questa trilogia (Le smanie per la villeggiatura, Le avventure della villeggiatura, Il ritorno dalla villeggiatura) rappresenta la fase più critica e amara del Goldoni veneziano, in cui la borghesia è osservata con lucidità e ironia.
La borghesia e la villeggiatura:
I personaggi borghesi imitano la nobiltà cercando prestigio e apparenza, ma vivono al di sopra delle proprie possibilità, generando dissesto economico, confusione morale e sentimentale. La villeggiatura simboleggia così illusione sociale e provincialismo culturale.
Trama generale:
- Le smanie per la villeggiatura: preparativi per il viaggio; Giacinta è corteggiata da Leonardo e Guglielmo; promesse e partenze.
- Le avventure della villeggiatura: in campagna, sentimenti repressi e malintesi amorosi; Leonardo scopre Giacinta e Guglielmo insieme ma finge di credere alla loro spiegazione.
- Il ritorno dalla villeggiatura: ritorno in città, crisi economiche e sentimentali; il saggio Fulgenzio ristabilisce l’ordine sociale; Giacinta sacrifica l’amore e accetta il matrimonio combinato.
Temi principali:
- Conflitto tra città (ordine, lavoro) e campagna (libertà, disordine)
- Critica alla borghesia e alla sua ossessione per le apparenze
- Legame tra disordine economico e disordine sentimentale
- Finali socialmente corretti ma umanamente amari
Giacinta:
Personaggio femminile complesso, intelligente e consapevole. A differenza di Mirandolina, non può affermarsi: sacrifica l’amore per il dovere e rappresenta il limite imposto alle donne nella società borghese.
